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sabato, novembre 21, 2015

Il mondo arrivato a Umbertide

Umbertide, città leader dell'accoglienza promuove la pace e il dialogo tra tutte le etnìe della città e del...mondo!





Sono sessantadue. 62 etnìe vivono a Umbertide. Nessun'altra città umbra può vantare un numero così elevato di cittadini "stranieri".  L'incontro "Pace a Km 0. 1+1+1+1+...= La nostra forza. Colori, sapori ed emozioni delle 62 nazionalità presenti ad Umbertide" organizzato presso il centro culturale di San Francesco a partire dalle 17:30 di sabato 21 novembre è stato fortemente voluto dal Coordinamento per la Pace Umbertide – Montone – Lisciano Niccone, con il Coordinamento Enti Locali per la pace, "Tavola della Pace" e le scuole dei comuni interessati all'iniziativa.


Colpisce nel profondo un incontro voluto nell'immediato 13 novembre. La strage terroristica di Parigi ha lasciato il segno nei cuori delle persone così come fu quella dell'11 settembre 2001 a New York. Il mondo non fu più stato lo stesso dopo quella orribile devastazione.

L'Occidente capì qualcosa: che sarebbe stato sempre in pericolo e gli Stati Uniti per primi raccomandarono, cosa che sta avvenendo anche ora in Francia, alle persone di continuare a vivere la loro vita. Solo: sono trascorsi 14 anni da quell'appello lanciato all'allora intero mondo Occidentale dagli Stati Uniti.

Al tempo dell'attentato terroristico alle Torri Gemelle c'era a guidare il commando un gruppo di kamikaze di Al Qaeda struttura terroristica capeggiata da Osama bin Laden. Osama bin Laden super-ricercato in tutto il mondo sarebbe stato ucciso nel 2011.

Ora a prendere le redini del terrore il califfato islamico ISIS.

L'incontro di Umbertide ha avvicinato ancora di più una ciacolante, diversificata ma senz'altro unita e colorata comunità Umbertidese.


Sì. Come è stato detto anche durante l'incontro da uno dei relatori: "Una volta parlavamo con il nostro vicino di casa e era di Umbertide. Adesso il mondo è arrivato a Umbertide".

Ma chi sceglie Umbertide? E perché? Le realtà e le persone più diversificate. Un signore spagnolo ne è più che certo: "Sono stato scelto da Umbertide. Non sono io che ho scelto Umbertide".


Ok, ne vogliamo parlare? C'è un elite che sceglie la città. Parliamo di gente dello spettacolo, di scrittori e creativi o di chi ha fatto i soldi e ora vuol godersi in un angolo pacifico come è Umbertide gli anni della pensione.


Spesso c'è chi sceglie Umbertide per ragioni di lavoro.

Maria dall'Ucraina ricorda quando lasciò il suo Paese. E fu, naturalmente una scelta sofferta. "Che malinconia. Avevo le mie amiche, il nostro gruppo teatrale, la mia famiglia.Mi sono lasciata tutto alle spalle. Poi, sono arrivata qui e ho pensato: non conosco nessuno, non parlo la lingua. Che succederà? Come andrà? Invece sono stata accolta come una figlia dalla famiglia cui ero entrata a lavorare come badante e ora sono felice. I colori della città sono splendidi, i sapori...La pasta asciutta!!! Il sugo. Mi piace abitare a Umbertide."

Una signora finlandese è invece in Italia dal 1986. Certo: qui starà più al caldo signora. "No: unico neo negativo. Nonostante le basse temperature della Finlandia, le nostre case sono in legno e molto più calde. Qui appena arriva -3 bubboli dal freddo perché le case sono in pietra. A parte questo una città meravigliosa".


Parlare di integrazione con il mondo musulmano indispensabile perché la comunità musulmana è massiccia nella cittadina umbra.

Ho intervistato così due ragazze per sapere che cosa ne pensassero degli ultimi accadimenti di Parigi.

Hajar, 17 anni, frequenta il liceo linguistico. Ci tiene a precisare che "Quanto successo a Parigi non ha niente a che vedere con la nostra religione. La mia religione -così come tutte le altre - condanna l'omicidio.
Vede: essendo musulmana questi per me sono giorni particolari. A scuola sono spesso chiamata in causa per via della mia religione e di quanto successo a Parigi". Hajar spiega che "I musulmani nel mondo intero sono un miliardo e 700 milioni. Se tutti fossero terroristi succederebbe un pandemonio.. Sarebbe la fine".
Lei condanna gli attentati? "Certo. Il terrorismo è terribile. Non dobbiamo uccidere innocenti. Condanno quanto fatto con tutta me stessa. Solo: ogni giorno fatti sanguinosi così succedono da ogni altra parte del mondo, in Siria, Palestina, Libano però nessuno piange per la gente morta in quelle terre come è stato fatto per Parigi. Ogni giorno muoiono uccisi dai kamikaze tante persone in tutto il mondo". Per Hajar c'è una spiegazione logica a quanto fatto dagli attentatori: "Certo: l'Occidente aveva inviato missili in Siria. La Francia è stata la risposta dei terroristi". Hajar pensa che ci sia "Poco dialogo tra Oriente e Occidente".

Tra la comunità musulmana una certezza c'è: "Vi preghiamo: non chiamateli terroristi islamici. Quei mostri non fanno parte dell'Islam!"

Hind è una ragazza ventenne. Porta il velo, ha uno sguardo pieno di pace e frequenta la facoltà di giurisprudenza. Nonostate sia nata in Italia conserva tradizioni antiche e cominciamo da quelle.

Non le pare che vivendo in Italia ormai potrebbe pensare di togliere il velo? Non la vivrebbe come una liberazione?

"Metto il velo perché sono sottomessa a Dio".

Mi scusi ma non crede che essere sottomessi a una persona oppure a un'entità sia alquanto scomodo?
Non dovrebbe essere fatta una legge che imponga di togliere il velo? Lei come reagirebbe?

"Sono contraria a togliere il velo. L'Islam non è, vede, solo una religione, ma uno stile di vita. In realtà non faccio parte dell'Islam moderato. Non c'è un Islam moderato e uno progressista. L'Islam è l'Islam. E vede: abbiamo il libero arbitrio. Possiamo o non possiamo mettere il velo".

Parliamo di Parigi....

"Un crimine che va condannato. Sono dei delinquenti che usano la religione per uccidere. Potrà pure trovare accanto ai comodini dei terroristi il Corano ma quella non è la nostra gente".



Giuseppina Gianfranceschi ha poi preso la parola e aperto la sessione di lavoro. "Questo il nostro dev'essere uno sforzo culturale importante. La convivenza tra di noi darà seguito a un mondo migliore".
Ha poi ribadito Giuseppina Gianfranceschi come Umbertide sia una città della pace.

"Finora pensavamo che dovevamo accogliere. Ora pensiamo che sia arrivata l'ora del non-offendere. Dobbiamo ripartire da noi stessi per essere credibili. Le nostre differenze di usi e costumi non devono essere motivo di divisione".


Anche noi Occidentali abbiamo accolto tradizioni straniere. La Gianfranceschi ricorda accadde dopo la seconda guerra mondiale.

Gli Americani lasciarono con la cioccolata, e altre cose "Anche Babbo Natale, Halloween - una festa di più recente celebrazione - l'albero di Natale. Sono feste che abbiamo voluto, che ci sono piaciute e che abbiamo accolto a braccia aperte. Abbiamo la possibilità di scegliere e non di rinunciare. Solo con il dialogo eviteremo altri scontri".

Depreca l'utilizzo di armi in mano ai bambini, Giuseppina, così come un no forte all'intolleranza e al non-capire. "I diritti sono uguali per tutti".

Annamaria Boldrini dell'Istituto Superiore Leonardo Da Vinci sottolinea che nella loro scuola 180 ragazzi non sono italiani.

Flavio Lotti: "Siamo qui stasera per ri-conoscerci" attacca. "Ricordiamo i valori fondanti della rivoluzione francese: Liberté, Egalité, Fraternité. Mentre la prima parola è inflazionata e durante questi decenni molto  è stato fatto in termini di libertà, le parole uguaglianza e fraternità scomparse dal nostro "dizionario emotivo". Ma la chiave per uscire dalla situazione orribile in cui siamo entrati sta lì".

Che cosa distrugge il mondo? Il signor Lotti pensa siano i soldi.

"I soldi con il tempo sono diventati la cosa più importante. Così, in un clima di costante competizione siamo diventati sordi".

Umbertide prima e ora.

"Una volta i nostri abitanti conoscevano solo i vicini di casa. Umbri come loro. Del posto come loro. Ora Umbertide è il mondo. Nel futuro chi vincerà sarà chi sarà capace di interagire con il resto del mondo, chi sarà in grado di parlare con un mondo culturalmente più ampio".

Ma quante sono le etnìe presenti a Umbertide?

Irlandesi, inglesi, americani, canadesi, Scozzesi, arabi dal Mali, dal Marocco, dall'Angola, e poi greci, Lituani, finlandesi, tedeschi, austriaci, australiani. Pensate uno Stato e probabilmente a Umbertide ci sarà un abitante.

Susan una delle testimonial del filmato televisivo curato da Valentina Santucci proviene da Detroit, Michigan, Stati Uniti e racconta la sua storia personale.

"I miei provenivano dal Cadore, in Veneto. Nel 1960 feci con mio marito il primo viaggio in Italia. Successivamente abbiamo pensato di acquistare una casa, ma era impensabile prenderla in Cadore. Troppo freddo. Così, grazie a un'amica comune che aveva comperato qui, abbiamo scoperto Umbertide. Un posto perfetto. La campagna, il Tevere, il centro storico. Ci avete spalancato le braccia. Grazie".

Samira è araba e viveva a Casablanca, Marocco.
"La mia è la prima generazione a Umbertide. Qui sono nate le mie due figlie. Lo considero un luogo tranquilllo e di pace. Faccio parte del Centro Culturale Islamico della città e faccio fatica a trovare le parole giuste per quanto hanno fatto i terroristi. Questi avvenimenti non hanno niente a che fare con l'Islam. La nostra religione parla di pace, misericordia e perdono. Islam deriva da Salem che vuol dire Pace". Eppure Samira tra le righe dice qualche cosa di molto importante: "Il problema è molto serio e complesso. Se non saremo integrati avremo problemi seri. Dovremmo tornare alle nostre identità, ai nostri valori, anche se la nostra nazionalità è diversa".

Graziano invece è un esempio di integrazione di un abitante di Umbertide fuori regione. Vive e lavora a Trento e torna in città per trovare i suoi parenti. Racconta che spera tutti possano avere una famiglia variegata e disseminata in tutta Italia come è successo a lui. E che le differenze che ancora attanagliano non solo l'Oriente e l'Occidente ma anche il Nord e il Sud Italia prima o poi vengano a scemare.

Un signore spagnolo invece afferma: "Dobbiamo essere più spirituali. La religione è stata creata dagli uomini. Siamo tutti uguali".


Dialogo aperto, il consesso poi si è spostato nell'area buffet dove è stato possibile assaggiare pietenze provenienti da Marocco, Albania, Austria, Stati Uniti, Finlandia, Ucraina, Germania e così via dialogando e stringendo nuove amicizie in un clima di festosa allegria.



Anna Maria Polidori



domenica, novembre 08, 2015

La corrispondenza una storia del passato?

 Paradossalità dell'Era di Internet. La gente dimentica il passato recente




Alcune settimane fa sono rimasta sconvolta dalla scoperta della morte di un mio corrispondente con cui sono rimasta in contatto per 15 anni e a cui durante questi anni ho sempre pensato.

Iniziai a corrispondere per gioco e rabbia. Ero stata bocciata a inglese nel 1992. Indirizzi passati da una mia amica sarda, Tatiana, di ragazze del Nord Europa, la faccenda mi appassionò e così contattai lo USIS  - United States International Studies - una branca della biblioteca dell'Ambasciata americana, che mi rifornì di indirizzi di associazioni di pen-friends.
Nel giro di alcuni mesi trovai amici a NYC, in Pennsylvania, Michigan, Missouri, Seattle, California.

Era bello ricevere e inviare lettere.
Colorate, allegre.
Ci ricordavamo del nostro compleanno e ci inviavamo biglietti d'auguri. Stessa cosa per Natale. E poi ci raccontavamo le nostre rispettive vite. Quello che ci succedeva insomma.

Con una mia corrispondente Maria, abbiamo addirittura condiviso uno share book. Come funziona?
Il primo share book Maria lo acquistò da "Circle Journey".
Idea suggestiva.

Un piccolo libretto dove è possibile inviare e attaccare di tutto. In passato spiegava il sito Circle Journey, c'era chi creava questi libretti e poi li inviava a parenti lontani, creando una forte connessione di notizie, ricette, foto, e quant'altro. Potevi includere tre, quattro, cinque persone.
Un modo originale per restare in contatto con parenti distanti.


Avevo personalizzato il Circle Journey spillando due pagine insieme e avevo creato una busta che chiamavamo assieme a Maria "L'angolo del tè".

Inviavo delle bustine di tè a Maria e lei faceva lo stesso. Maria beve dell'ottimo Tazo. Io il Twinings.

Ci raccontavamo quel che succedeva.
Il secondo libro è ancora qui, perché gli ultimi anni sono stati funestati da così tante tragedie. Fui costretta a dire alla mia corrispondente: "Non ce la faccio proprio. Non voglio inviarti la notizia di un funerale dopo l'altro. Attendiamo tempi migliori e notizie positive".

La morte del mio corrispondente mi ha permesso di rileggere molta della corrispondenza ricevuta.
Era così preziosa. Toccante.

Tutte noi e tutti noi eravamo motivati da qualche proposito nella ricerca di corrispondenti e non lo facevamo opportunisticamente, no, ma per il grande desiderio che sentivamo di avere amici lontani.

Non volevamo il tutto e subito di adesso che stanca, logora e fa passare oltre in un secondo senza dare importanza all'unicità dell'esistenza di un essere umano.

Sono stata scelta dai miei corrispondenti e quando ho ricevuto le lettere ho scelto chi far entrare e chi no. Ci sono state due persone a cui non ho risposto. Il corrispondente, l'amico di penna sceglieva e già questo faceva la differenza.
Io volevo nuovi amici per migliorare il mio inglese e scoprire gli Stati Uniti. Dagli Stati Uniti c'era la curiosità per l'Italia.
Tutto qui. Però...Vi sembra poco come base di partenza?


Gina, del Michigan ha origini italiane.
Loida che viveva negli anni '90 a Brooklyn voleva migliorare il suo italiano, (di fatto abbiamo sempre corrisposto in inglese e purtroppo quando gli inviai il libro di grammatica italiana mi tornò indietro perché Loida era in Honduras e le poste dopo un pò di giacenza rinviano al destinatario) i nonni di Carolyn, la mia corrispondente del Missouri, siculi, Sharon dalla Pennsylvania cercava una corrispondente italiana perché qualcuno le aveva detto che noi italiani siamo brava gente :-) Grande complimento, grazie Sharon!

Eravamo corrispondenti seri e sapevamo quanto fosse prezioso per l'altra persona ricevere che so? una bella cartolina, delle foto carine...


Ne vogliamo parlare? Sì, dài, parliamo delle foto.

Care vecchie foto che dovevi andare a stampare dal fotografo, che costavano anche care. Lo facevamo per una buona causa.
Erano ncessarie per far capire come vivevi, dove vivevi, qual'era la tua vita. Mica c'era Instagram o Facebook.

MarieLouise mise subito in chiaro dalla prima lettera che voleva venire a trovarmi con un programma di homestay, creato da lei. Voleva girare e conoscere l'Europa infatti. "Poi ti ospiterò anch'io". Mi riempì di foto. L'area dove vive, Aptos, Monterey, meravigliosa. La sua vita americana mi appariva bellissima. Feci lo stesso con me e il mio mondo. Marie è stata qui già due volte. Speriamo prima o poi di rivederci.

Poi tanti pensierini. Piccoli oggetti che dagli Stati Uniti sono arrivati sin qui e viceversa.

Internet a inizio degli anni '90 era una novità che stava cominciando a prendere piede negli USA però non ancora in forma così dilangante.

La più informatica di tutti i miei corrispondenti, Gina dal Michigan. Mi inviò il floppy disk di AOL. "Non so se in Italia avete internet. Se puoi però installa AOL. Possiamo chattare e scambiarci e-mails. Qualcosa di formidabile".

Eppure...Eppure...

Questo nuovo metodo di comunicazione, veloce, immediato ha ucciso di fatto la parola scritta, la scrittura  e reso tutti noi più febbricitanti, smaniosi e ansiosi.

Superficialità? Forse, certo, e desiderio del nuovo quando non abbiamo forse capito una cosa: che l'unicità di un rapporto di amicizia non può essere replicato all'infinito.

Il mio corrispondente morto non potrà mai essere rimpiazzato con un altro, perché niente sarebbe uguale.

Internet a paragone della vecchia e cara corrispondenza non è molto serio. O meglio: non sempre. Quando lo è pensi: Dio, ti ringrazio.
Ma quando non lo è, è una jungla.

Sì perché una persona dall'altra parte può creare alias, può dirti di essere Mario e invece chiamarsi Augusta. Può farti credere fischi per fiaschi.

Ok: possibile che accada anche con la corrispondenza normale, ma in tal caso non verrebbe mai meno la sincerità di fondo perché un indirizzo è tracciabile e la persona non può essere un fantasma qualora serva sapere qualche cosa di più.

E poi...

Vuoi mettere l'impatto emotivo di una lettera rispetto a una e-mail?
Una lettera o una cartolina, magari di istituzioni prestigiose come la Dover publications, la Hallmark, American Greetings, Victoria Greetings, ha un impatto diverso.

Prima di tutto la bellezza dell'immagine ricevuta, la sensazione tattile, l'odore della carta, lo scritto. Qualche cosa che rimane a casa e non dentro una macchina.

Puoi stampare un'e-mail ma non è come leggere una lettera.

Una lettera è qualche cosa di privato che nessuna terza parte o quarta o quinta persona leggerà. Sarà qualche cosa di nostro, di privato che condivideremo con gli altri se lo vorremo.

Si sa che internet non è il luogo più sicuro per comunicare. Casi recenti hanno rivelato come alcune e-mails intercettate siano state fonte di imbarazzo per personaggi pubblici.


Ma chiediamoci: in un mondo così connesso dove c'è perfino chi non stacca mai internet tornare al passato è possibile?

Vediamo a che punto siamo arrivati e partiamo...dalle pulizie di casa.

Alla morte del mio corrispondente ho riordinato il cassetto dove ripongo stickers e carta da lettere. Il periodo più bello della mia esistenza va dal 1994 al 2001. Ho tolto tutto il materiale accumulato dopo, (non erano lettere ma foto etc), e l'ho riposto in un altro cassetto.

"Quando vorrò deprimermi, aprirò questo", ho pensato.

Non so: ma durante quegli anni, dal 1994 al 2001 il mondo era una bellissima possibilità per tutti noi.

Sì: c'era un incanto che adesso non c'è più e una leggerezza assolutamente scomparsa dopo. E non volevo intristirmi.
Avevo bisogno di tornare a ri-sincronizzare la mia stabilità emotiva.

Ho tenuto nel cassetto della corrispondenza però l'aquila piangente che mi ha inviato Gina dopo la caduta delle Torri. Quello è stato il punto di rottura.
Il mondo, dopo, non sarebbe più stato lo stesso.

Ho poi spostato la mia scrivania, rimosso dalla stanza i libri che la popolavano.

Intanto mi sono accorta che, sebbene avessi diversi biglietti natalizi dentro il cassetto della corrispondenza forse era il caso di tornare a comperare un pò più carta per la corrispondenza.

Mi reco in questo primo negozio della mia città e chiedo la carta da lettere.

Il ragazzo circa 17-18 anni, mentre chatta sullo smart phone mi fa: "A che cosa serve?"

Whatsup, SnapChat, Facebook, Twitter, hanno ucciso perfino il pensiero delle lettere. I giovani non sanno più che cosa siano.

Con i gestori della cartolibreria dove acquistavo anche i testi scolastici alle superiori ne abbiamo parlato. La nostra età è diversa e per dindirindina non siamo mica Matusalemme. I più giovani connessi solo con internet. È giusto? Sano? Ne vogliamo parlare?

Questa  dimenticanza del passato investe però solo i giovani o sta drammaticamente coinvolgendo tutti?

Mi reco a una mostra di pittura in un'altra città della mia regione. "E dài, vediamo un pò qui come butta".

Mica tanto bene.
Entro in una prima tabaccheria prestigiosa.

Il gestore mi mostra una marea di carta da lettere, sebbene, affermi, "Ormai non scrive più nessuno e trovo la cosa imbarazzante e non le dico gli errori di ortografia che vengono commessi. La a senza acca davanti ai verbi. Tutti abbreviano, nessuno ricorda. Sa perché? Nessuno legge più".
Il gestore della tabaccheria mi parla di suo figlio e di quanto abbia faticato a spronarlo alla lettura.
"Per fortuna ora ci sono riuscito. Legge. E glielo dico sempre: non hai capito che tutta questa tecnologia ti intorpidisce? E scrivi e leggi! come facevamo noi un tempo che è meglio e è più sano".

Secondo questo signore viene smarrita la forza potente delle parole: "Chiedono a me di scrivere importanti messaggi d'amore o di amicizia. A volte non conosco chi mi sta di fronte e penso: dovrebbero farlo loro. Perché la forza della parola scritta deve essere così svilita a mortificata? Per non dire scomparsa? Perché le emozioni sono ridotte all'osso?"

Una signora invece focalizza sull'incomunicabolità dei partners.
"Li vedi camminare fianco a fianco. Ciascuno con lo smart phone, messaggiare in solitario. Chissà: forse si scrivono ma non dialogano".


Nella terza tabaccheria in cui entro mi viene chiesto come sia fatta la carta da lettere e se stia parlando di cartoncini grandi per ringraziare qualcuno.

"No: vorrei la carta da lettere. Un tempo veniva usata per scambiare pensieri con un'altra persona. Ha un formato più grande rispetto ai cartoncini o ai biglietti d'auguri e è più fina".

Un sottile panico mi attraversa. Possibile che nessuno ricordi niente o abbia più nulla del genere?

Possibile che la tecnologia abbia fagocitato tutto e spazzato via il vecchio mondo nel giro di poco più di dieci anni?  Antiche tradizioni che sopravvivevano da secoli cancellate dalla memoria collettiva?

C'è chi ricorda con affetto la carta da lettere. "C'era perfino la carta da lettere profumata. Che bei tempi".

Eppure, a mio parere, questo cambio di abitudini fa impressione.

È stato scoperto di recente ad esempio che l'assenza della scrittura manuale da parte della gente assopisce e addormenta aree cerebrali che andrebbero stimolate di più ma che solo l'utilizzo manuale della scrittura può continuare a rendere fertili e attive.

Avete notato gli errori che commettiamo quando scriviamo a mano abituati come siamo all'utilizzo delle tastiere dei pc o degli smart phones? Il cervello è programmato per la velocità e non riesce più a stare "tranquillo" e dimentica le lettere o le salta.

Forse non possiamo più tornare indietro e rinunciare a comodità come la posta elettronica e qualche social network, ma sarebbe anche giusto non perdere la poesia del passato e tornare a una sana normalità che conosce ritmi scanditi da: scrittura, impostazione, ricevimento dopo alcuni giorni da parte del destinatario della lettera, lettura e risposta.

Magari un diario da scrivere a mano la sera prima di andare a dormire può essere un'altra idea.

È stato solo internet ad affossare la corrispondenza?

Una grande mano è giunta dalle tariffe postali verso l'estero attuate dal nostro Paese.
Non la scelta più felice. Già noi italiani scriviamo poco, se poi non possiamo manco più per ragioni economiche...

Alcuni anni fa le AREE B (Canada, Usa, Asia) e C (Australia e Nuova Zelanda) del mondo, come vengono distinte all'ufficio postale videro triplicare l'importo dei francobolli per la spedizione di una lettera da 20 grammi o di una semplice cartolina.
Per spedire negli Stati Uniti passammo dagli 0,85 cents ai due euro. Tariffe arrivate sino a 2,30 e ora leggermente scese a 2,20 lo scorso ottobre.

Il nostro è un Paese in crisi.

La voce corrispondenza tagliata via subito perché invece di spendere due euro per spedire una lettera con quei soldi possiamo comperare una fila di pane, un litro di latte.

La Germania ha adottato una politica del tutto opposta alla nostra per i corrispondenti.

I suoi abitanti sono avidi postcrossers, amano cioè inviare e ricevere cartoline tramite il postcrossing.
I francobolli anche per l'estero non hanno mai subìto impennate e l'affrancatura anche e soprattutto delle cartoline in Europa dovrebbe essere sempre ferma agli 0,80 cents se non vado errata.

Il governo tedesco così facendo sa che sta aiutando le poste a far girare più soldi.

Forse, il segreto è tutto lì.


Anna Maria Polidori